Il bambino parla poeticamente

Se dico vorrei sommergeremi di acqua per entrare nel profondo della terra non mi butterete in acqua seppellendomi sotto la sabbia.

Ascoltare le parole del bambino in cerca di un immediato e linerare riscontro logico, di contenuto, ci fa sentire in obbligo, ci spinge a un dover fare o negare, un agire conseguente e convergente.

Così perdiamo le assonanze, le associazioni, le figure che abitano i suoi pensieri, guidati da un bisogno di traduzioni sommaria di una lingua che ci turba e, nello stesso tempo, ci richiama alla memoria sensi e significati ormai confusi e sotterranei.

Il bambino si muove in un linguaggio figurato anche quando è estremamente concreto, un linguaggio immaginifico anche quando esprime un desiderio semplice o estremo, caparbio.

L’ascolto, il nostro ascolto sensibile, è un ascolto di ogni parola, di ogni intonazione, perché ogni parola e ogni intonazione, ogni pausa e ogni coloritura ha un senso, un senso poetico, un senso complesso ed è l’espressione di un desiderio.

Ma quel desiderio non possiamo rapidamente assecondarlo con una traduzione semplicistica e risolutiva.

L’ascolto è sottile e sensibile, non si organizza intorno ad una logica causale, lineare, basata su costrutti eretti intorno alla nostra storia e al nostro punto di vista.

Si apre, si svuota, si fa visione, sguardo e ascolto si pongono in un punto oltre l’immediato orizzonte, si muovono alla ricerca di un legame, alla ricerca di un messaggio, di qualcosa che risvegli anche la nostra autenticità che ammetta anche la nostra indeterminatezza e ignoranza, in una dimensione di lealtà profonda.